lunedì 17 ottobre 2011

I numeri della crisi

I numeri della crisi: uno, nessuno, centomila
Quali sono i reali costi della crisi del debito greco per le banche europee? A seconda delle fonti i numeri variano. Proviamo a fare chiarezza partendo da un dato certo, il debito pubblico di Atene.
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I numeri della crisi: uno, nessuno, centomila.

Per un investitore i numeri dovrebbero essere tutto, ma nella vicenda della crisi del debito sovrano e delle sue conseguenze per il sistema creditizio europeo, di numeri ve ne sono pirandellianamente uno, nessuno o centomila a seconda delle fonti, il che non aiuta certo a fare chiarezza anche se per ora ai mercati importa poco, visto che dopo un trimestre fortemente negativo come quello chiusosi a fine settembre l’unica cosa che sembra importare a tutti, intermediari e autorità, è favorire per quanto possibile un recupero dei mercati.

Andiamo con ordine e cerchiamo di dipanare la matassa: anzitutto qual è l’ammontare del debito pubblico greco? Secondo Eurostat a fine 2010 a fronte di un Pil di circa 230,17 miliardi di euro Atene ha registrato un deficit di bilancio di oltre 24 miliardi, con un debito pubblico schizzato a quasi 328,6 miliardi di euro. Miliardi cui corrispondono altrettanti titoli di stato che rischiano ora di valere ben poco per i loro sottoscrittori, visto che rispetto ad un primo accordo, del luglio scorso, in cui le banche avevano accettato un “haircut” (ossia un taglio dei rimborsi dei capitali investiti, al netto delle cedole) del 21%, ormai si parla di almeno il 40% (ma alcuni arrivano a ipotizzare anche un 60%) di riduzione, non avendo il governo greco liquidità sufficiente a evitare un fallimento (“default”) dopo la metà di novembre.

Prima di quella data, lo si ripete da più parti (l’ultimo è stato oggi il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso), la “troika” Ue-Bce-Fmi che finanzia gli aiuti ad Atene dovrà versare gli 8 miliardi di euro della sesta tranche o saranno guai. Il versamento, ha fatto sapere ieri la “troika”, verrà fatto, visto che il governo Papandreou si è impegnato a varare nuove misure di ristrutturazione dei conti pubblici (tra cui il licenziamento di 30 mila dipendenti statali). Misure che, notano gli analisti di Banca Aletti (gruppo Banco Popolare), finiranno col causare una recessione anche “peggiore di quanto previsto in giugno, con la ripresa che ci sarà solamente a partire dal 2013. Quest’anno la contrazione del Pil sarà del 5,5% e l’anno prossimo del 2,5%; anche se è probabile che questi numeri siano ben peggiori nei prossimi mesi a venire, non avendo il governo ellenico particolari armi da poter utilizzare per incrementare la domanda interna nell’immediato”.

Se Atene resta appesa al tenue filo degli aiuti internazionali, le autorità europee sembrano aver capito che è meglio prepararsi al peggio e trovare il modo di fornire nuovi capitali alle banche, esposte al debito greco (e con in portafoglio anche titoli portoghesi, irlandesi, spagnoli e italiani). Non rimborsare metà del debito sottoscritto significa far svanire circa 160 miliardi di euro con un tratto di penna, dunque le banche europee (che in parte già hanno ricapitalizzato nei mesi scorsi, come nel caso delle italiane Ubi Banca, Banco Popolare, Mps e Intesa Sanpaolo) debbono prepararsi verosimilmente ad una ricapitalizzazione per una cifra analoga.

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